Nell’ex Yugo tira aria di nostalgia, ma per Trieste fu una droga

Notizia: la maggiorparte dei popoli dell’ex Yugo, croati a parte nonostante Tito fosse uno dei loro, rimpiange la vecchia repubblica federativa implosa dopo il ’91. Vale forse la pena allora ricordare cos’è stata la Yugo per Trieste da metà anni 60’ in poi: una specie di droga per il nostro sistema economico e produttivo, con iniezioni di valuta attraverso un commercio per lo più di bassa qualità ma di altissima quantità. La città il sabato veniva invasa da decine di migliaia di acquirenti: autobus e zastave occupavano ogni metro disponibile sui pochi stalli disponibili e gli abitanti di Trieste raddoppiavano. Crebbe così una nuova fascia sociale di arricchiti, in parte – come spesso accade – impreparati psicologicamente e culturalmente all’improvviso benessere, tant’è che in molti dilapidarono vere fortune facendo fare ai soldi il tragitto di ritorno sui tavoli verdi dei Casinò di Portorose e di Umago. Ma a Trieste l’economia, seppur drogata, girava perché chi li aveva li spendeva: al ristorante, nel mercato immobiliare, quello delle automobili, dei gioielli, in assicurazioni, insomma tutto l’indotto traeva beneficio dalla Yugo invasion. E così la città si adagiò e la classe dirigente, a parte la visione improntata alla ricerca e alla scienza, non programmò lo sviluppo. Lo stesso problema dei trasporti ferroviari, su cui appena oggi si grida allo scandalo, è figlio un’epoca in cui l’isolamento andava bene “così gli yugoslavi non possono andare a comprare in Veneto o in Friuli”, si diceva sottovoce . E allora per Trieste, più che nostalgia della vecchia Yugo, c’è come il ricordo di una grande sbornia a causa della quale ancora oggi soffriamo di mal di testa.

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