Feste comandate: vorrebbero “educarci” a fare la spesa quando dicono loro, chiudere i negozi ai turisti e mandarci tutti al centro commerciale di Capodistria

Vorrebbero guidare le nostre vite. Vorrebbero costringerci a passare le giornate di festa come vogliono loro. Vorrebbero educarci. Vorrebbero vederci tutti alle manifestazioni del 25 aprile e non a farci liberamente i fatti nostri, tipo anche a comprare da vestire o da mangiare, visto che durante la settimana lavoriamo. Noi. Alcuni sindacati hanno invitato la gente a boicottare i negozi, in queste giornate di festa in cui, dopo le liberalizzazioni del governo, gli esercizi commerciali possono rimanere aperti. Non li sfiora l’idea che, oltre alla facoltà degli esercenti di regolare il proprio giro d’affari secondo il mercato, molti consumatori hanno anche la necessità di trovare qualcosa aperto nei giorni di festa. Fosse per loro dovrebbe rimanere tutto chiuso, con i seguenti brillanti risultati: 1) Dopo sigarette e benzina, altro flusso di triestini verso la Slovenia, per la precisione al centro commerciale Tus di Capodistria, rigorosamente aperto; 2) Patetica rappresentazione della città offerta ai turisti che abitualmente la popolano proprio nel periodo delle festività brevi, con la spettrale immagine delle serrande chiuse e con relative mancate opportunità di lavoro. Di questi tempi proprio una genitalata, nel senso di colpo di pistola nelle parti basse. Un tafazzismo gratuito per portare avanti l’idea di voler salvare le masse dall’oppio delle vetrine, in nome di quella funzione pedagogica di cui una certa sinistra si sente esclusiva interprete.
Una situazione, insomma, fuori dal tempo. Un tempo in cui la competizione non è su chi lavora meno, ma su chi lavora meglio, sfruttando le occasioni che si pongono davanti e non trincerandosi dietro a mura ideologiche di un mondo antico che nella realtà di ogni giorno ormai non c’è più.

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